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Lezioni di canto - Tutti
i diritti sono riservati - copyright by Laura Pigozzi
E' in libreria il libro di Laura Pigozzi
A Nuda Voce. Vocalità, inconscio sessualità.
Antigone Edizioni, Torino, Euro 16
Indice delle lezioni online:
Il sistema respiratorio
1. Il diaframma e i suoi movimenti
2. Inspirazione ed espirazione
3. La postura del canto
4. Esercizi per la respirazione
Il sistema laringeo
1. La laringe e le corde vocali
2. I problemi delle corde vocali
I risuonatori
1. Le cavità di risonanza
2. Il timbro musicale
3. Esercizi
I temi più discussi
1. Voce di testa e voce di petto
2. Il falsetto e il passaggio
3. Voce e gravidanza
4. Consigli pratici in breve
5. Tessitura ed estensione
Bibliografia sulla voce
Seminario di canto del 15.03.03 (trascrizione)
Al Blue Note di New York!
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1. Il diaframma e i suoi movimenti
La voce umana - parlata e cantata - impegna in maniera coordinata
tre sistemi:
• il sistema respiratorio
• il sistema laringeo
• i risuonatori
Questa lezione è dedicata ad una parte importante del
sistema respiratorio: il diaframma e i suoi movimenti.
Il nostro corpo è un eccellente strumento musicale. E per
farlo `suonare' occorre innanzitutto conoscerlo. Cominciamo dunque
dalla respirazione che è ciò che ci tiene in vita
e che ci permette di cantare e di parlare.
Certamente senza una buona respirazione….non si canta.
Anche se una buona respirazione non esaurisce comunque l'arte
del canto! Ad ogni modo questo è il centro del sistema
di emissione sonora e dunque partiremo da qui.
Il cuore del sistema respiratorio è il diaframma,
il cui significato etimologico è `ciò che sta in mezzo'
(diafragma). Questo muscolo respiratorio, di forma larga
e convessa, in effetti separa la cavità toracica da quella
addominale. Quando inspiriamo la curva del diaframma si alza e il
muscolo si rende più idoneo a sostenere la nota.
A che cosa serve il diaframma?
Oltre che a separare due cavità con funzionalità differenti,
il diaframma è il nostro fondamentale sostegno del suono: è qui che avviene il cosiddetto `appoggio'. Con un'immagine
fantasiosa possiamo dire che il diaframma è il `vassoio'
che sostiene il suono.
Sentire la funzionalità del diaframma o anche solo la
sua `presenza', è tra le cose più difficili del
canto, pur essendo assolutamente indispensabile.
Proviamo ad aiutarci con alcuni esercizi molto semplici:
1. Cominciamo a ridere, prima piano e poi forte, cercando di
sentire i movimenti sussultori del muscolo.
2.Ora proviamo invece a sbadigliare: con questo esercizio il
diaframma si dispone in massima curvatura, la posizione cioè
di sostegno della voce. Lo sbadiglio serve anche a 'prendere coscienza'
delle cavità boccali e faringee che nel canto vanno sempre
tenute aperte per non chiudere il passaggio al suono (argomento
di lezioni successive).
3. Quando ci capita di singhiozzare - nel pianto o nel semplice
singhiozzo - possiamo osservare il coinvolgimento del diaframma
(naturalmente questo non può dirsi un esercizio 'volontario'
e spero anzi che a tutti noi capiti il meno possibile di sentire
la presenza del diaframma per questa via...).
4. Per chi segue regolari lezioni di canto, sarà facile
sentire questo muscolo durante gli esercizi di suono picchettato.
Ecco un'immagine del diaframma visto dal retro:
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2. Inspirazione ed Espirazione
Respirare significa inspirare ed espirare.
L'inspirazione.
Innanzitutto quando si inspira bisognerebbe cercare di riempire
d'aria tutto il polmone e non solo la parte alta (respirazione
clavicolare). Questa è una regola che ci dovrebbe accompagnare,
oltre che nel canto, in ogni momento della nostra vita. Infatti
la respirazione alta o clavicolare è dannosa per l'organismo
perché consente solo una limitata ventilazione ed un ricambio
sanguigno insufficiente. E' lo stress e la fretta che ci fa respirare
solo con la parte alta del polmone. Infatti gli animali e i bambini,
nell'atto respiratorio, riempiono `naturalmente' tutto il polmone.
La respirazione parte dal naso (vedi: consigli per la voce).
L'aria giunge ai polmoni che vanno riempiti fino in fondo; arriva
poi all'addome che si gonfia portandosi leggermente in avanti.
La volta diaframmatica si alza di diversi centimetri. Le costole
inferiori si aprono lateralmente e quindi il diaframma si abbassa
un po'. La gabbia toracica è più ampia sia lateralmente
- apertura costale - che verticalmente per effetto dell'abbassamento
diaframmatico (e non perché si sono alzate le spalle che
devono invece rimanere immobili!)
L'espirazione.
La cinghia addominale si mantiene tonica per fornire pressione
e regolarla; il diaframma torna nella posizione originaria; le
costole si chiudono. Quando si canta questo movimento va regolato
cercando di `ritardare' la chiusura costale con il sostegno addominale,
senza eccedere per non bloccare il diaframma. Data l'importanza
del sostegno addominale per la tenuta del suono, si consiglia
di fare esercizi addominali per aiutare la tonicità dei
muscoli.
L'emissione del suono va `tenuta', e non va spinta, per evitare
la chiusura laringea: in questo modo, oltre a provocare danni
alle corde vocali (il sistema laringeo sarà oggetto di
un'altra lezione), la cassa toracica non entra più in vibrazione
come dovrebbe.
Ecco qui sotto i movimenti diaframmatici di un buon cantante:

Movimenti del diaframma visti lateralmente e frontalmente.
1= diaframma
2= apertura della volta diaframmatica (con l'apertura costale si
riabbassa leggermente)
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3. La postura nel canto.
Dopo aver parlato dei movimenti del diaframma, vero `cuore' dell'arte
del canto, è necessario dedicarci alla postura dell'intero
corpo, perché questa influisce in maniera decisiva sulla
qualità della nostra emissione.
Una adeguata postura permette al suono di sfruttare al meglio
le risonanze naturali del nostro corpo.
La esatta postura è, inoltre, preliminare ad una corretta
impostazione di tutto il sistema laringeo. Infatti, se il corpo
non è ben posturato, la gola non si aprirà e il
lavoro delle corde potrebbe risultare affaticato e compromesso.
Se, come abbiamo detto, è l'intero corpo a cantare, è intuitivo che esso debba assumere una posizione corretta.
Le gambe.
Innanzitutto il sostegno del corpo deve essere sicuro. Dunque teniamo
i piedi leggermente distanziati, in modo che il baricentro
del corpo abbia un'area sufficientemente ampia entro cui cadere.
Le ginocchia devono restare morbide ed elastiche e, nel contempo,
sostenere il peso (similmente a ciò che si insegna ai principianti
dello sci). Le ginocchia si flettono lievemente per evitare che
il bacino sia trattenuto all'indietro.
Il bacino e il tronco.
Il bacino si sposta leggermente in avanti, sostenuto in questo
dalla lieve flessione delle ginocchia. L'insenatura lombare diminuisce.
Il tronco va tenuto eretto.
Questa postura favorisce in maniera naturale la cosa più
difficile da fare, cioè l'allargamento del torace.
Infatti le costole basse si aprono già per effetto della
postura fin qui descritta.
Quindi se avete eseguito correttamente le posizioni, vi troverete
appunto con la dilatazione toracica in atto e il diaframma
in posizione adeguatamente estesa così da far da supporto
al suono.
L'immagine mentale da seguire è quella della verticalità,
unita ad una certa morbidità. Infatti la posizione eretta
troppo rigida impedisce di fatto il canto, perché anche
la gola risulterà irrigidita.
Il collo e le spalle.
Si controlli che le spalle siano basse con le clavicole disposte
orizzontalmente. In questo modo anche il collo è allungato
e, conseguentemente, diminuisce l'incurvatura cervicale.
Se avrete eseguito tutto correttamente fin qui, avrete come risultato
automatico l'appiattimento delle scapole sulla gabbia costale e
la dilatazione delle costole alte.
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4. Esercizi per la respirazione.
N.1. Per esercitare la respirazione addominale.
Questo esercizio ci insegna ad utilizzare
la pancia nella respirazione. E' alla base della tecnica costo-diaframmatica
(che verrà spiegata nell'es. N.2), quella così necessaria
per cantare bene.
Sdraiamoci in posizione supina su una superficie rigida. Appoggiamo
bene le spalle a terra. Posiamo una mano sull'ombelico. Inspiriamo
col naso e gonfiamo la pancia. Dobbiamo vedere la nostra mano
che si alza per effetto dell'aria che ci riempie.
Tratteniamo l'aria per 2-3 secondi. Espiriamo con la bocca sgonfiando
la pancia. La nostra mano segue anche la fine di questo movimento.
Prima di riprendere restiamo un paio di secondi con il corpo svuotato.
N.2. Per esercitare la respirazione costo-diaframmatica.
Con questo importantissimo esercizio si impara
ad utilizzare il sistema costale e diaframmatico insieme. Cioè
proprio quel che è indispensabile saper usare per cantare
sostenendo il suono. Questo esercizio è davvero difficile,
soprattutto se decidete di farlo da soli. Cercate quiandi di farvi
guidare dalla vostra insegnante per evitare errori.
Come nell'esercizio precedente sdraiamoci in posizione supina
su una superficie rigida. Posiamo una mano sull'ombelico ed una
lateralmente sul costato (pollice in avanti). Inspiriamo col naso
gonfiando la pancia e… spostiamo l'aria dilatando il costato
lateralmente. Espiriamo mantenendo la dilatazione costale. Attendiamo
un paio di secondi prima di riprendere l'esercizio.
N.3. Per sviluppare la muscolatura costale ed addominale.
Una volta impratichiti con l'esercizio N.2,
possiamo passare al consolidamento della muscolatura di sostegno
nel seguente modo:
Inspirariamo col naso, spostiamo l'aria dilatando lateralmente
il costato (vedi es. precedente) e tratteniamo il respiro per
2 o 3 secondi. Cominciamo quindi ad espirare lentamente mantenendo
la dilatazione costale. Verso la fine della emissione del fiato,
cerchiamo di prolungare l'espirazione emettendo la consonante
SSSSSS in modo regolare fino allo svuotamento.
Ricordiamo che lo svuotamento d'aria non deve mai essere completo.
Tratteniamo sempre un po' d'aria dentro di noi. Questo vale per
tutti gli esercizi e soprattutto in fase di canto vero e proprio.
Inizialmente l'emissione della consonante SSSSSS non durerà
più di qualche secondo. Cerchiamo di estendere gradualmente
questo tempo fino ad un massimo di 30 secondi per le donne e 40
per gli uomini.
Se facciamo questo esercizio regolarmente otterremo un ottimo
sostegno del suono.
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1. La laringe e le corde vocali La laringe è la fonte di produzione del suono. Si tratta
di un organo mobile formato da cartilagini, la più voluminosa
delle quali è la cartilagine tiroidea, o pomo d'Adamo,
visibile sulla parte anteriore del collo. Questa cartilagine è
la più voluminosa di tutte e costituisce una sorta di scudo
protettivo per le altre cartilagini della laringe.
All'interno della cavità laringea troviamo le due corde vocali.
La figura 1 mostra le corde vocali chiuse (stato di fonazione) e
la figura 2 le corde aperte (stato di riposo). Quando le corde sono
aperte abbiamo la fase di silenzio: l'aria passa e permette la respirazione.
Quando le corde si avvicinano e vibrano c'è produzione di
suono, prodotto dal passaggo dell'aria.
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| fig.1. Corde in fonazione |
fig. 2. Corde a riposo |
Le figure vanno viste come in sezione orizzontale laringea. Immaginando
di scendere, dall'alto, all'interno della laringe, prima delle corde
vocali vere e proprie, incontriamo le false corde vocali.
Dunque si può dire che le corde vocali sono 4: due superiori,
false, con funzione protettiva, e due inferiori, vere, con funzione
fonatoria. Le false si chiamano così perché non servono
a cantare (se stimolate, producono un suono sordo e rauco).
Tra le vere e le false c'è uno spazio di circa 2 mm.
Le false corde sono più sottili e quasi prive di fasci
muscolari, le corde vere sono invece spesse e corredate di importanti
fasci muscolari.
D'ora in avanti parleremo sempre e solo di quelle vere.
Il suono si produce utilizzando il passaggio dell'aria tra le
corde, unitamente all'azione dei muscoli vocali che sono, a loro
volta, comandati dai centri nervosi cerebrali.
L'importante funzione cerebrale nella fonazione
spiega il motivo per cui il canto sia un'attività sia fisica
che psichica, dunque perché i disturbi dell'umore o i
traumi possono giocare un ruolo inibitore sulla voce.
Lo spazio allungato in cui le corde vocali sono collocate si
chiama glottide o rima glottica. La misura della lunghezza della
glottide, e dunque delle corde vocali, è di circa 14-20
mm nella donna e 18-25 mm nell'uomo. La misura della larghezza
della fessura tra le corde, varia a seconda dei movimenti delle
corde. Aumentando l'altezza del suono le corde si avvicinano sempre
di più fino a chiusura quasi totale nei suoni alti. La
misura di massima apertura si ottiene durante il riposo (il silenzio)
ed è di circa 7 mm.
Le differenze timbriche della voce dipendono anche dallo spessore
delle corde: le corde più sottili appartendono a persone
con voce più leggera ed acuta; corde grosse producono invece
suoni più tondi e gravi.
Per chi avesse desiderio di `vedere' le proprie corde, ricordo
che con un semplice esame di controllo foniatrico (da effettuare
periodicamente), ognuno può guardarle comodamente sul monitor
dell'apparecchio medico. E' una bella `presa di coscienza' che
ci aiuta a visualizzare uno strumento `invisibile' quale è
quello che i cantanti usano (a differenza di altri musicisti).
Possiamo così dare un maggior senso di realtà a
questo nostro strumento musicale interno e, con la convinzione
che davvero laggiù c'è qualcosa, possiamo essere
invogliati a trattarle meglio. Cosa che i cantanti troppo spesso
non sanno fare e sottopongono le loro povere corde ad eccessivi
e dannosi carichi di lavoro
La laringe è un organo mobile che può salire e
scendere. Con l'esercizio (da fare con l'insegnante) si cerca
di ottenere un movimento laringeo morbido, senza `salti'.
Evitare un abbassamento o un innalzamento eccessivo della laringe.
La laringe si appoggia alla colonna cervicale che, attraverso
il sistema osseo, mette il corpo in risonanza. Il vero suono scaturisce
da tutto il corpo. Recenti studi hanno dimostrato che è possibile rimodellare la struttura del corpo di un individuo,
modificandone la voce.
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2. I problemi delle corde vocali
Questo è uno degli argomenti su cui si concentrano maggiormente
le domande dei cantanti e uno dei temi che li fanno più soffrire!
Purtroppo, infatti, non è raro vedere cantanti usare piuttosto
male le corde vocali. Le corde sono spesso utilizzate sotto sforzo
e senza appoggio adeguato del suono al sistema di sostegno diaframmatico.
Se si persevera in questo comportamento patogeno, si può
incorrere in un sovraffaticamento a carico delle corde, che porta
ad anomalie di funzionamento e, nei casi più gravi, a vere
e proprie patologie a carico delle corde.
Come si vede dalla figura 1, il nome popolare di “corde”
vocali, può risultare improprio. Non sono propriamente delle
corde, non assomigliano affatto a delle corde, ma piuttosto a delle
labbra che, come le labbra vere e proprie, accollandosi possono
vibrare. Nei testi di anatomia si preferisce, infatti, chiamarle “pliche” vocali. In questa lezione, per consuetudine
e semplicità, continueremo a chiamarle corde. Ma il lettore
tenga presente questa precisazione.
Ecco le patologie più comunemente riscontrate a carico delle
corde vocali:
Ipercinesia: è il primo sintomo dello stress laringeo.
La prima reazione della laringe allo sforzo eccessivo è un
aumento della sua capacità contrattile.
In questa fase sono evidenti i seguenti sintomi:
• attacco duro
• intonazione imprecisa
• postura del cantante innaturale che richiama lo sforzo
compiuto.
A questa prima fase di contrazione, se non si interviene, la
laringe reagisce, in un secondo tempo, rilasciandosi e sviluppando
una classica ipotonia.
La terapia fondamentale per l'ipercinesia è costituita
da esercizi di rilassamento e di respirazione. Occorre anche far
cantare il soggetto sul registro medio, utilizzando la vocale `o'.
Si possono rivelare utili i massaggi distensivi sulla muscolatura
del collo.
Ipotonia: le corde e la voce appaiono senza tono. In questa
fase notiamo che:
• l'attacco del suono è spesso soffiato
• il canto a mezza-voce è compromesso
• l'emissione è velata (questa è la caratterista
più evidente)
• la postura del cantante è fin troppo rilassata
• spesso il cantante non ha sufficiente fiato per finire
la frase melodica
La terapia fondamentale per l'ipotonia è costituita
da opportuni esercizi di respirazione ed esercizi di fonazione a
bocca chiusa. Solo in seguito si introdurranno esercizi con la vocale
`i'. Occorre anche lavorare per potenziare l'appoggio in maschera.
Nei casi piuttosto acuti il medico potrebbe prescrivere anche sedute
di elettroterapia.
I noduli.
I noduli si formano per stress e traumatismo. Possono costituire
l'esito di una ipotonia non curata. Sono il risultato di una prolungata
tecnica sbagliata che sforza l'apparato vocale. Alcuni studiosi
ritengono che i soggetti più a rischio siano i tenori e
le soprano perché, proprio l'altezza maggiore della loro
fonazione, può stressare maggiormente le corde. Una buona
tecnica, naturalmente, serve ad evitare l'insorgenza di questa
fastidiosa complicazione. Con i noduli si deve dire addio al canto
per i molti mesi di rieducazione. E, nei casi più gravi,
occorre anche pervenire all'asportazione chirurgica.
La terapia. Nel caso di uno stadio prenodulare, rilevabile
particolarmente con la visita stroboscopica, si ha un inspessimento
del bordo cordale. In questi casi riposo vocale e rieducazione possono
evitare l'intervento chirurgico. Invece l'ablazione chirurgica rimane
la sola strada se il nodulo è già formato. Questo
spiega perché chi usa molto la voce, fa bene a sottoporsi
periodicamente a controllo foniatrico e questo specialmente in presenza
sintomi, anche lievi.
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| Figura 1. Corda normale in fase respiratoria |
Figura 2. Nodulo cordale |
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Figura 3.
Kissing noduli in fonazione: questo tipo di noduli “che
si baciano”, impediscono alle corde di unirsi nella
vibrazione. La conseguenza è un suono sporco di aria,
soffiato e senza brillantezza. |
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1. Le cavità di risonanza
Il suono si produce nella laringe e si propaga nelle zone di risonanza.
Le prime zone di risonanza che il suono incontra sono:
• la cavità della faringe
• la cavità della bocca
• le cavità del naso
Vediamole nelle loro particolarità.
• La faringe
Troviamo questa cavità dietro la bocca, posteriormente
alla lingua. E' una cavità che può variare il suo
volume sia in senso orizzontale che verticale. Ovviamente, maggiore
sarà l'ampiezza della zona faringea, più il nostro
suono sarà libero e naturale. E' infatti importante che
la muscolatura del collo sia sempre rilassata, in modo che lo
sia anche il cavo faringeo.
• La bocca
Perché il suono possa risuonare in tutta la sua bellezza
è necessario che anche la cavità buccale sia ampia.
Il velo palatino (soffitto posteriore della bocca), è
mobile, può alzarsi e abbassarsi. E' una specie di valvola
che può mettere in comunicazione o separare la cavità della bocca con la zona posteriore del naso (rinofaringe).
Spalancando la bocca, al suo fondo si vede l'ugola, un piccolo
muscolo a forma di ogiva, che pende dal centro del velo palatino.
La sua funzione nella fonazione non è ancora del tutto chiara.
• Le fosse nasali e i seni
Le fosse nasali possono comunicare con i seni per mezzo di piccoli
orifizi. Fosse nasali e seni costituiscono quello che generalmente
viene chiamata maschera. Il suono in maschera risuona proprio
in queste zone (immaginate proprio una specie di maschera di carnevale
che contorna gli occhi e copre il naso).
I seni sono quattro: sopra l'orbita (seno frontale), sotto l'orbita
(seno mascellare), tra l'occhio e il lato del naso (seno etmoidale)
e il soffitto del rinofaringe (seno sfenoidale). Le zone dei seni
possono essere colpite da sinusiti.
E' da sottolineare che la funzione risonatoria dei seni è,
da alcuni autori, messa in discussione. Alcuni, infatti, li considerano
solo sede di sensazioni vibratorie, anziché cavità di risonanza vere e proprie. Noi qui li trattiamo come luoghi
di risonanza.
Una delle proprietà del suono è quella di propagarsi
attraverso le ossa del corpo umano. Si capisce, dunque, perché la testa e il petto, siano zone di risonanza importantissime. Le
espressioni voce di testa e voce di petto, indicano appunto
le zone di risonanza della voce. Attenzione: testa e petto, forse
non è superfluo dirlo, sono zone di risonanza e non di produzione
della voce! Il suono si produce sempre nella laringe, attraverso
l'attività delle corde che, accollandosi e vibrando, trasformano
l'aria in suono.
La voce emessa si propaga per tutto il corpo utilizzando le ossa
come veicolo. A questo proposito pensate al fatto che il feto
sente la voce materna che gli arriva condotta dalle ossa della
colonna vertebrale della madre. Sulla capacità di propagazione
del suono attraverso le ossa, vi segnalo anche alcuni esperimenti
sonori di Laurie Anderson, musicista americana, che esegue interessantissime
opere sonore interattive. Tra queste un tavolo musicale sul quale
si appoggiano i gomiti e, mettendosi le mani a conchiglia sulle
orecchie, si odono perfettamente certi suoni prodotti all'interno
del tavolo, altrimenti inudibili. Le ossa delle braccia fanno
da trasmissione sonora. C'è anche un video in cui si vede
la Anderson mentre batte ritmicamente coi pugni sul proprio cranio,
alternando questo suono allo sbattere cadenzato dei denti, producendo
così suoni percussivi di tutto rispetto, raccolti da un
piccolo microfono posto sul ponte degli occhiali indossati.
Quando si emette la voce, dunque, un'onda sonora si produce per
tutto il corpo. E' anche per questo che si dice che si canta con
tutto il corpo.
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Laringe e cavità di risonanza
1.seno sfenoidale
2.cavità del rinofaringe
3.muscoli ioidei
4.epiglottide
5.corde vocali
6.cavità buccale |
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1. seno frontale
2. seno mascellare
3. seno etmoidale
4. cavità nasale
5. rino-faringe
6. faringe
7. laringo-faringe
8. laringe |
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1. Voce di testa e voce di petto
La voce di testa è un'emissione dal timbro sottile ottenuto
utilizzando le sole vibrazioni della scatola cranica.
La voce di petto utilizza invece le vibrazioni del torace.
Riusciamo a capire meglio se ci immaginiamo il nostro corpo come
un violino o come un violoncello: il restringimento laterale così
tipico dei due strumenti, si può assimilare al collo umano
che svolge, in questo senso, la stessa funzione di separazione
delle due voci.
Ma, attenzione, le cose non sono così schematiche perché
nella voce di petto è presente una componente della voce
di testa e viceversa. Le interferenze della voce di testa su quella
di petto sono più consistenti dell'inverso.
Con l'esercizio teso a migliorare la voce di petto si ottiene
anche un benefico effetto sulla voce di testa.
E, viceversa, migliorando la voce di testa, la voce di petto risulterà
più brillante.
Le due voci sono assolutamente interconnesse. Non si può avere buona solo una delle due voci. Se pensate di avere, ad esempio,
dei buoni bassi ma pochi alti, state certi che non avete davvero
dei buoni bassi.
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2. Il falsetto e il passaggio
Si definisce falsetto quella struttura timbrica che,
a livello laringeo, prepara il passaggio dalla voce di petto a quella
di testa.
Lavorare sul passaggio è importante perché la voce
deve raggiungere una ed una sola coloritura per entrambi i registri.
L'ottenimento della medesima qualità sonora è estremamente
importante. Anche in questo caso, è necessario farsi seguire
da una persona esperta. Non ci sono, per questa delicata fase, degli
esercizi fai-da-te. Quanti cantanti si ritrovano con due voci e
a volte persino tre! Si tratta di persone che non hanno lavorato
bene sul passaggio.
Il falsetto è dunque la 'saldatura' intermedia tra
il registro acuto, di testa e quello grave o di petto.
Il falsetto non è altro che una sorte di protezione
che la laringe attua al fine di poter passare indenne da un registro
all'altro. E' una sorta di limitazione dei danni provocati dalla
voce `spinta' nei registri acuti. Utilizzando una metafora inventata
da Tomatis, possiamo dire che il passaggio da un registro
all'altro è assimilabile al cambio di marcia di un'auto.
Il falsetto corrisponde allora la frizione che, per 'disinnesto',
consente un passaggio morbido da una posizione all'altra del cambio.
Il `disinnesto' avviene a livello della laringe che si rilassa.
Il falsetto è dunque il `disinnesto' per accedere
alla voce di testa.
Il falsetto è una difesa laringea.
Occorre precisare che spesso, possiamo incontriamo la definizione
di falsetto come voce di testa appoggiata. In realtà
questo è quello che, dal 1826, si è convenuto chiamare falsetto accomodato.
Per utilizzare appieno la funzione del falsetto e renderla
produttiva, occorre invece ricordare la sua funzione appunto di
`reinnesto'.
La possibilità di lavorare bene sul falsetto in termini di
passaggio, è anche una cartina al tornasole per verificare
quanto una voce sia stata maltrattata. Se la voce è stata
mal usata, il lavoro di 'aggiustamento' del falsetto risulta
praticamente impossibile.
L'arte del canto significa anche arte di cancellare i passaggi.
Lavorare sui passaggi significa, di fatto, farli scomparire.
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3. Voce e gravidanza
Si consiglia alle cantanti in gravidanza, ed in generale a tutte
le future mamme, di cantare per il loro bambino. Questo non è solo un valido sostegno psicologico ad entrambi, ma di fatto,
produce benessere anche sul piano puramente fisico.
Come sappiamo la voce si propaga oltre che per via aerea anche
per via ossea. Il bambino dunque ascolta la voce materna che gli
giunge attraverso le vibrazioni della colonna vertebrale e il
sistema scheletrico.
Konrad Lorentz, l'etologo, fece un esperimento per scoprire se
il feto era in grado di udire. Cominciò a parlare regolarmente
ad una covata di anatre e, all'apertura dei gusci, gli anatroccoli,
sensibilizzati dalla sua voce, lasciavano la madre per seguire
lo scienziato quando questi parlava!
L'apparato vestibolare si forma per primo nel feto. L'orecchio
interno è completo al 4° mese. Il bambino sente benissimo
fino alla nascita a seguito della quale ha un breve periodo di
latenza perché deve riconvertite l'udito acquatico tipico
della fase uterina, all'udito aereo della fase extrauterina.
La prima cosa che riconosce, dopo la nascita, è la voce
che gli aveva offerto all'interno del corpo materno, il nutrimento
sonoro.
La voce della madre è spesso usata nelle terapie ed anche
negli stati comatosi per indurre nel soggetto un risveglio alla
vita.
Al contrario ci sono alcune voci capaci di indurre rifiuti o addirittura
disturbi psicosomatici.
"Se la voce basta a calmare un animale inquieto o un bambino
piccolo ancora escluso dall'uso della lingua, ciò accade
perché la voce ha un potere indipendente dalle parole.
Il bambino nell'utero percepisce la voce e non il linguaggio. La
voce è una forza archetipica" (A.Giuliani, La Repubblica,
30.10.92)
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4. Consigli pratici in breve
• Non spingere il ventre in avanti durante il canto
• Non irrigidire gli addominali e non bloccare il diaframma
• Fare moderati esercizi ginnici per tonificare i muscoli
del cingolo addominale: assolveranno meglio al loro ruolo di sostegno
e la voce risulterà meno velata e più intensa
• La laringe è un organo mobile: il miglior funzionamento
lo si ottiene non eccedendo nelle posizioni troppo elevate o troppo
abbassate. Controllarne la posizione toccando ai lati il pomo
d'Adamo
• Non cercare un timbro che non si ha. Non cercare un timbro
troppo chiaro né troppo scuro. Significherebbe enfatizzare
alcune zone di risonanza rispetto ad altre. L'equilibrio va ricercato
ad ogni fase del canto. Dunque occorre cercare una buona distribuzione
del suono nella complessità delle zone di risonanza
• Fa male sia cantare troppo forte che non abbastanza. Cercare
il proprio volume naturale.
• Evitare l'attacco duro con colpo di glottide: dà un suono netto ma le corde risultano pericolosamente irrigidite
• Non corrugare il viso. Il canto corretto distende le rughe,
non le evidenzia!
• Le affezioni agli organi genitali possono alterare la
voce.
• Il periodo mestruale, la gravidanza e la menopausa possono
rendere ipotonica la voce femminile. Questo effetto si combatte
con una buona e costante tecnica vocale e con un buon equilibrio
psichico. Le donne che non subiscono sensibili alterazioni negli
stati sopra descritti, sono persone equilibrate ed utilizzano
correttamente il loro apparato vocale
• I trattamenti ormonali nelle donne possono rendere la
voce instabile e possono provocare abbassamento della tonalità
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Bibliografia essenziale
Accolgo la richiesta di un visitatore del
sito e propongo quindi alcuni titoli sull'argomento voce.
Naturalmente non vuole essere una bibliografia esaustiva. Segnalo
solo i libri che ritengo, personalmente, di un qualche pregio. Si
tratta di una valutazione squisitamente soggettiva.
Sulla tecnica.
N. Mari, Canto e voce. Difetti causati da un errato studio del canto.
Ricordi 1959
C. Dinville, La voce cantata. Collana di logopedia. Massons 1982
A. Juvarra, Il canto e le sue tecniche. Ricordi 1987
N. De Rose, Metodo di Canto Moderno, Ricordi 1991
Sui cantanti.
Billie Holiday, La signora canta il blues. Feltrinelli 1979
Caruso. Mille volti di un uomo moderno. Finespo 1993
Demetrio Stratos Alla ricerca della voce umana. di J.El Haouli
ed. Auditorium
Sulla teoria.
I. Fònagy, Le basi pulsionali della fonazione, in Il Piccolo
Hans 12, 1976 e 16, 1977
I. Fònagy, La vive voix. Essai de psycho-phonétique.
Payot 1983, 1991
C. Bologna, Flatus vocis. Metafisica e antropologia della voce.
Il Mulino 1992
A. Tomatis, L'orecchio e la vita. Baldini e Castoldi 1992
A. Cappelletti, Il profumo del jazz. Ed.Scientifiche Italiane 1996
R. Steiner, L'essenza della musica. Ed.Antroposofica 1993
J. E. Berendt, Il libro del jazz. Garzanti 1973
W. Mauro, La storia del jazz. Newton 1994
A. Baricco, l'anima di Hegel. Una riflessione su musica colta e
modernità. Garzanti 1992
E. Fubini, L'Estetica musicale dal Settecento ad ogg. Einaudi 1968
B. Lupo, art. Voce, in Dizionario enciclopedico universale della
musica e dei musicisti, Utet, 1980
V. Mathieu, La voce, la musica e il demoniaco. Ed. Spirali 1983
G. Morgelli, Musica e Trance. I rapporti fra musica e i fenomeni
di possessione. Einaudi 1986
Gianluca Capuano, I Segni della voce infinita, Jaca Book, Milano,
2002
Carlo Boccadoro e Gaia Varon, L'Esperienza Musicale. Per una
fenomenologia dei suoni, a cura di Luca Nostro, Manifestolibri,
Roma, 2002
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SEMINARIO SULLA VOCE di LAURA PIGOZZI
Organizzazione: di Daniela Caggiano
15 MARZO 2003
CIRCOLO CULTURALE LINEA MUSICALE di BRA
Trascriviamo qui di seguito la sbobinatura della registrazione
del seminario di Laura Pigozzi, tenuto a Bra il 15 marzo scorso.
LAURA PIGOZZI: Buongiorno e
benvenuti. E' una vera gioia vedere tante persone giovani. Dunque,
come procedere? Potrei parlarvi della voce per giorni interi, “stonandovi”
completamente, ma evidentemente non lo voglio fare. Vorrei invece
fare insieme con voi un percorso mirato alle vostre esigenze, curiosità,
dubbi e a tutto quello che avete necessità, bisogno e desiderio
di sapere sull'argomento voce. Quindi direi che possiamo insieme
fare un discorso interattivo: sulla base delle domande io costruisco
un discorso in modo da potervi rispondere, inserendo nella spiegazione
anche quelle che sono le basi teoriche della voce, sia funzionali
che di comunicazione e di passaggio dell'emozione. Allora vediamo
se ci sono dei primi coraggiosi che vogliono cominciare a fare delle
domande, in modo da poter avviare un dialogo comune.
MARIO ARMANDO: io canto sia in un coro polifonico che gospel
e faccio serate. Ho notato, ascoltando Sanremo ed altri concorsi,
che ci sono molti cantanti con voci anche bellissime, ma che danno
poca importanza alla tecnica vocale, perché dicono: ”tanto
ho la voce, la tecnica non mi serve” …anche nel coro
è così non si vuole mai fare riscaldamento per esempio…
come mai questa cosa? C'è poca cultura in Italia? Oppure
qualcuno si sente superiore e pensa di non aver necessità di fare tecnica?
LAURA PIGOZZI: Ti ringrazio
molto per questa domanda così importante. Se ci fossimo mai
visti prima (ma è la prima volta che ci incontriamo), sembrerebbe
quasi “preparata” perché è proprio la
classica questione da inizio seminario! La questione della tecnica
è infatti la questione centrale, nel senso che purtroppo
la tecnica in Italia è un argomento ingiustamente considerato
di secondo piano, nel senso che si tende a privilegiare -come diceva
giustamente Mario- l'individualismo vocale - non nel senso dell'unicità
della voce, di cui parleremo - bensì nel senso più
deteriore del `fai da te'. Una voce che si utilizza per cantare
in maniera continuativa, non può essere lasciata senza un
supporto tecnico adeguato, pena l'andare incontro a deterioramento,
anche in tempi brevi. E' vero anche nei cori c'è la cattiva
abitudine di non fare spesso un sufficiente riscaldamento. Il riscaldamento
è invece fondamentale: dovete pensare alla vostra voce come
un organo, in un certo senso, atletico. Nessun atleta si sognerebbe
mai di fare una gara senza essersi prima riscaldato i muscoli. Lo
stesso vale per la voce: non ci si può mettere a cantare
con uno strumento freddo, perché questo darà al nostro
canto povertà di suono e alle nostre corde vocali un inutile
stress. Gli stress si accumulano e fanno ammalare la voce. Spiace
dirlo ma fa parte del malcostume italiano quello di considerare
la tecnica qualcosa di superfluo. La tecnica è fondamentale.
Le cantanti americane passano ore in allenamenti quotidiani. Le
nostre cantanti purtroppo no. E si sente. Noi in Italia abbiamo
delle ottime scuole, abbiamo delle/degli ottime insegnanti, ma spesso
snobbate da chi canta. C'è da dire che chiunque cominci a
cantare in maniera professionale o semiprofessionale, ed in ogni
caso continuativa, sente il bisogno del supporto della tecnica,
sia per stancarsi meno che per evitare effetti nocivi. La voce è
un dono, certamente, ma proprio per questo occorre onorare questo
dono cercando di conservarlo, allenarlo, svilupparlo ed evitarne
i deterioramenti. Perché chi non studia tecnica vocale non
va lontano e può incorrere in seri problemi. Io ho visto
con i miei occhi, all'ospedale di Melegnano (un piccolo centro vicino
Milano), dove c'è un reparto di foniatria e logopedia all'avanguardia,
ho visto, dicevo, cose terribili: ho visto ragazzi giovani, di 18-20
anni, con noduli, alcuni da operare, altri no, ma per tutti c'era
un percorso difficile e doloroso che imponeva un arresto dell'attività
vocale per un certo periodo ed un lungo training di ristabilimento.
Ma ho visto anche casi in cui le condizioni dell'organo vocale erano
tali da lasciare poche speranze sul proseguimento dell'attività canora.
La voce è un dono e va curata perché…. noi
non siamo nati per cantare! E' questa, mi rendo conto, una formulazione
un po' provocatoria. Mi spiego meglio. La laringe è un
organo che, sul piano biologico, non è nato per cantare,
ma con altre funzioni:
• la laringe è l'ultima parte della trachea, ha dunque
un'evidente funzione respiratoria, per prima cosa;
• ed ha una seconda funzione: è dotata di un meccanismo
di occlusione automatico che ci permette di non fare entrare il
cibo nei polmoni - quando questo succede diciamo che “è
andato qualcosa di traverso” - quindi ha una funzione definita
sfinterica;
• questa occlusione sulle corde vocali provoca anche una
pressione interna al corpo: significa che noi utilizziamo l'accollamento
delle corde vocali tutte le volte che facciamo uno sforzo, come
sollevare un peso e nell'espletamento della funzione defecatoria,
che si attiva appunto anche con l'occlusione della laringe.
Quindi si può dire che l'uomo che ha sviluppato il canto
come prodotto più `culturale' che `naturale'. Il canto
dunque non è una funzione naturale ed è per questo
che la tecnica deve insegnare alle corde ed al corpo come lavorare.
Questo il primo motivo per cui è necessaria la tecnica.
Il secondo motivo è che imparare a cantare significa imparare
a respirare. O meglio `reimparare' a respirare: occorre in qualche
modo ripristinare una funzionalità respiratoria, che è
quella del neonato. Il neonato ha una voce potentissima se pensiamo
alla sua dinamica vocale, al volume di questo esserino piccolissimo,
non c'è proporzione con la voce espressa dal corpo di un
adulto. Cioè ha una voce che è spropositata, dal
nostro punto di vista di corpo adulto, rispetto al suo corpicino
di bambino. Questo perché il neonato usa tutto: il diaframma,
i polmoni che vengono riempiti completamente; usa tutto alla massima
potenza. Canta, o meglio urla, usa la voce insomma con tutto il
corpo, esattamente come si dovrebbe fare. Questa capacità
che è naturale, nel corso della vita delle persone si spegne.
La nostra vita è fatta di ritmi innaturali che producono
stress e questa fretta porta la respirazione alta, cioè
ci permette di respirare solo con la parte cosiddetta clavicolare
dei polmoni, mentre dobbiamo invece cercare di riempirli completamente.
La tecnica, dunque, serve a ripristinare una funzione che l'adulto
ha perduto, cioè la capacità di cantare con tutto
il corpo. Quindi si capisce bene che una persona, anche vocalmente
dotatissima, se non studia bene la tecnica, non darà mai
tutto ciò che può dare; secondariamente può
utilizzare male questa sua capacità di base perché
non è in grado di utilizzare l'appoggio del suono, che
è una cosa molto complicata ed il cui apprendimento richiede
l'insegnante vicino che controlla e assiste affinché l'esercizio
sia corretto. Il riscaldamento è indispensabile ma il primo
passo della tecnica è la respirazione, per imparare a riempire
bene i polmoni, distendere bene il diaframma in modo che possa
essere la base per l'appoggio del suono.
La terza funzione della tecnica è quella di estendere la
voce. Noi nasciamo soprani, mezzosoprani, baritoni, contralti,
ecc..nasciamo con delle corde vocali particolari, chi più
sottili, chi più grosse, chi più corte, chi più
lunghe, ecc… questa conformazione delle corde ci determina
come tipi canori però, anche qui, purtroppo, l'evoluzione
della nostra vita, può avere un po' cancellato quelle che
sono le nostre caratteristiche di base, per cui non è raro
trovare dei soprani che sono occultati dietro contralti o dei
tenori che sembrano dei baritoni, … quindi la tecnica serve
a svelare la propria identità vocale e la svela proprio
nel momento in cui riesce a mostrare fin dove la natura delle
corde può arrivare. Dico questo soprattutto per le donne
vittime di un certo mal costume vocale: spesso, anche a lezione,
arrivano ragazze, che a tutti i costi vogliono arrivare al `mitico'
DO5! Non è detto che il DO5 sia sempre una conquista perché,
se non si hanno le corde adatte, ci si arriva solo a corde tirate
e non, come dovrebbe essere, con una voce ricca di armonici che
ammorbidiscono il suono. Ed ora, anche tra i ragazzi, purtroppo,
si assiste al proliferare di questa tendenza. Ognuno deve invece
coltivare e ritrovare, attraverso la tecnica, la propria voce
perché è con quella che si deve cantare ed è
con quella che, eventualmente, ci si può far strada nel
mondo della musica. Questo non vuol dire arrivare a Sanremo, ma
significa, più `sanamente', trovare il proprio posto nella
musica. Ognuno ha la sua “grana” di voce e questa
va rispettata.
MARCELLA BALESTRO: Un bambino, per non perdere questa capacità
naturale, a che età deve cominciare a prendere lezioni?
LAURA PIGOZZI: I bambini sono
meravigliosi perché loro sanno senza saper di sapere. Non
hanno bisogno di tecniche specifiche. Quindi è meglio invitare
un bambino a frequentare un gruppo di canto, possibilmente impostato
sul gioco, in modo che alleni la voce senza pensare alla performance:
avrà tutta la vita per pensarci!
I bambini sono oggi troppo tartassati: hanno la scuola di equitazione,
la scuola di ballo, ecc… facciamogli fare meno attività
e soprattutto in maniera più ludica e non in maniera performativa.
Insegnare ai bambini la performatività, cioè il
dover dare una prestazione, possibilmente competitiva, non è
consigliabile: occorre farli apprendere facendoli giocare. Mi
riferisco anche alla ragazzina di 12 anni che, inopportunamente,
ha dichiarato a Sanremo, che ha cominciato a studiare tecnica
vocale da quando aveva 6 anni. Questa cosa è terribile
intanto perché a sei anni non hai ancora bisogno della
tecnica degli adulti. Probabilmente avrà fatto scuole di
canto dove giustamente l'hanno fatta giocare con la voce, attraverso
filastrocche, che poi alla fine sono sempre strutturate su vocalizzazioni,
solo che anziché fare un vocalizzo senza parole, come gli
adulti, il bambino può cantare una storia. Quindi la tecnica
che questa bambina ha fatto, spero per lei, probabilmente non
è la tecnica come la intendiamo normalmente per gli adulti.
Altrimenti sarebbe terribile, anche sul piano umano. I bambini
hanno la capacità naturale di avere una voce sana. Occorre
quindi creare un ambiente dove possano giocare con la voce, sperimentarla
e tenerla in allenamento. Inoltre il fatto di non stressarli tecnicamente
e performativamente, li rende più sereni e più lontani
dalla voce contratta e dalla respirazione alta che affligge tanti
adulti. Creiamo a questi bambini un humus più naturale:
si hanno 6 anni una volta sola!
ARMANDO MARIO: … in effetti anche per gli adulti è
pesante la tecnica… Per esempio quando faccio le prove con
il coro nessuno vuole mai fare i vocalizzi…
LAURA PIGOZZI: Effettivamente
cantare bene presuppone un lavoro. Cantare è facile, cantare
bene è molto difficile perché tra il cantare e il
cantare bene c'è un lavoro da fare. A maggior ragione se
gli adulti fanno fatica a vocalizzare figuriamoci i bambini! Facciamoli
giocare perché stanno facendo ugualmente tecnica mentre giocano.
Non snaturiamoli troppo con i nostri bisogni, perché spesso
sono i nostri bisogni di adulti che proiettiamo sui nostri figli.
E questo non va bene per noi, e tanto meno per loro.
ENNIO CANU: Purtroppo mi sono imbattuto in insegnanti che
non mi hanno dato quello che avrei voluto, probabilmente perché
la loro preparazione di base era diversa da quella che io mi aspettavo,
quindi ho avuto anche false promesse che sono poi in cadute nel
nulla. Tecnica va bene, ma qualunque tecnica, relativa a qualunque
genere? Per quel che ho potuto vedere, ogni insegnante spiega una
cosa in modo diverso dall'altro; perfino la respirazione l'ho fatta
in modi diversi ed è una cosa che mi ha completamente disorientato.
Poi un'altra domanda: la tecnica deve essere strettamente legata
alla scelta di un genere? La tecnica jazz non sarà come quella
lirica o come quella destinata a chi vuole cantare soltanto pop
o heavy metal.
LAURA PIGOZZI: Io vi ringrazio:
fate delle domande veramente intelligenti. Occorre dire subito una
cosa importante sull'insegnamento del canto: il fatto che la tecnica
possa venire spiegata in maniera diversa - a prescindere dall'improvvisazione
che può esserci nel settore - dipende anche dalla natura
intrinseca dell'organo vocale. A differenza di altri strumenti -
una chitarra, un piano, una batteria - dove io vedo lo strumento
e sono in grado di operare su di esso (se sul pianoforte schiaccio
un tasto, ottengo esattamente la nota che avrei voluto ottenere),
con la voce questo non si può fare. E' molto faticoso per
un cantante nel senso che la voce è sì una cosa naturale
(si può cantare senza conoscere la musica, per quanto sia
sempre meglio conoscerla!), ma è anche qualcosa su cui non
esercito un controllo diretto. La voce non si vede e non si tocca.
Occorre lavorarci per interposizione della nostra capacità
di immaginare e di simbolizzare. Ecco dunque il fiorire di metafore
per spiegare sensazioni propriocettive di difficile individuazione.
Un'abilità dell'insegnante consiste dunque anche nel sapere
utilizzare o inventare metafore efficaci.
Una volta un allievo mi ha detto: “la mia insegnante precedente
diceva di spingere sugli acuti come quando vado al gabinetto,
e io non capivo …”…(risa nel gruppo)…capite
bene l'infelicità di questa metafora…. Suppongo che
questa insegnante voleva semplicemente dire che per produrre un
acuto è necessario che le fasce muscolari della pancia
siano tenute, questo non vuol dire comunque spingere, ma tenere.
ENNIO CANU: una volta un'insegnante mi ha spiegato l'acuto
non come una ricerca verso l'alto ma come una ricerca all'indietro,
come l'andar su un'altalena, perché diceva, in fondo le corde
vocali, nel momento in cui cercano l'acuto non salgono ma basculano.
Qundi creare mentalmente l'idea dell'altalena secondo questa insegnante
dovrebbe agevolare nella ricerca dell'acuto.
LAURA PIGOZZI: C'è certamente
una buona intenzione nella metafora usata dalla tua insegnante,
nel senso che esplicita i movimenti laringei. Però noi non
abbiamo una sensibilità laringea così forte da condizionarne
il movimento e, se posso permettermi, creare una metafora diretta
sull'organo può risultare inefficace sul piano pratico. Secondo
me, la metafora va creata non tanto sull'organo, che tanto tu non
senti, ma su esempi presi dalla vita quotidiana, dopo ve ne farò qualcuno.
Per tornare alla prima domanda di Ennio, diciamo che la respirazione
di base corretta è una sola, la facciamo noi, la fanno
gli insegnanti di yoga, ed è quella che tiene conto della
fisiologia del corpo umano. In più per i cantanti si tratta
oltre che di riempire bene i polmoni, anche di aprire lateralmente
la cassa toracica. Ecco vi faccio uno schemino alla lavagna: tronco,
collo, laringe, polmoni, diaframma….il diaframma deriva
il suo nome dal fatto di separare le parti alte `nobili', da quelle
`basse'…(risatine nel gruppo…)
FLAVIO PIOVAN:…parti inutili nel canto……
LAURA PIGOZZI:..eh, non tanto….
ENNIO CANU:..noi possiamo percepire le vibrazioni armoniche
con qualunque parte del corpo….
LAURA PIGOZZI: esatto. Ci sono
a questo proposito degli esercizi che arrivano dall'oriente. Non è necessario essere fanatici dell'oriente, per constatare
che la cultura orientale tiene maggiormente conto di alcune parti
del corpo. Nella tradizione tantrica, ad es, alla copulazione pertiene
un certo modo di respirare. Ci sono degli esercizi che noi facciamo,
che provengono da quella tradizione e che ho raccolto nei miei viaggi
in Oriente ed in particolare inTibet. Non so se avete mai avuto
modo di ascoltare i monaci tibetani. Loro hanno dei bassi così
incredibili, che quasi non si capisce da dove provengano e che fanno
vibrare anche chi ascolta. Gli esercizi presi da questa tradizione,
aiutano a far vibrare le varie parti del corpo, tra cui il pube
appunto: per esempio la nota Do3 farebbe vibrare proprio questa
zona. Questo significa anche certamente avere un rapporto più
naturale e più sano con il nostro corpo. Ci sono delle corrispondenze
tra parti del corpo e le frequenze delle note musicali. Questo aiuta
la voce.
Chiudiamo questa parentesi e ritorniamo alla domanda di Ennio
su respirazione e tecniche diverse.
Parliamo della respirazione. Quando inspiriamo, l'aria che entra
deve riuscire a scendere e riempire bene i polmoni. La gabbia
toracica si apre lateralmente, aiutata in questo movimento dai
muscoli dorsali, e il diaframma, disponendo, così di più
spazio, si distende. Quindi il diaframma, che solitamente sta
a forma di cupola, avendo più spazio lateralmente, si può
distendere. Questo è importante perché, cosa succede?
Ve lo spiego con una metafora: diventa una specie di vassoio che
sostiene la colonna del suono. Quando il suono è così
“appoggiato”, si può tenere un acuto, un finale,
fare delle scale abbastanza comodamente, fare cioè tutte
quelle cose difficili che necessitano di una sicurezza e quindi
un appoggio.
L'aumento dell'estensione della voce, insieme alla corretta respirazione, è un altro obiettivo comune a tutti i generi. Parliamo
ora dell'intonazione: spesso pensiamo di essere intonati perché
ci vengono bene alcune canzoni. E' buona cosa testare questa intonazione
provando anche a cantare altri generi. Infatti chi viene a lezione
da me o da Daniela, sa che deve passare da questa forca caudina:
deve provare a cantare qualunque cosa, dal pezzo lirico, al jazz,
al blues, al pop, al rock. Ci sarà senz'altro un genere
che riesce meglio, ma bisogna provare a cantare qualunque cosa
ed in modo decente. Per esempio oltre ai classici esercizi ad
intervalli regolari (ad es. 135, cioè tonica terza e quinta),
è molto utile far fare esercizi con intervalli irregolari
per far sì che si alleni l'orecchio melodico e per migliorare
l'intonazione `fine' del cantante. Sulla questione intonazione,
occorre rilevare che le donne hanno un problema in più
durante il ciclo mestruale, periodo in cui sono sottoposte a tempeste
ormonali e questo fa si che la loro voce possa essere sfibrata
e calante, ovvero l'intonazione può non essere perfetta,
ed è per questo che in quei giorni occorre utilizzare la
tecnica in maniera ancora più efficace.
Lavorare su respirazione, estensione e intonazione è identico
per tutti i generi di canto. Poi però, ad un certo punto,
si aprono delle differenze.
Per capirci meglio parliamo anziché di tecniche differenti,
di differenti qualità della voce. Cioè, uno che
ha un'impostazione lirica può anche cantare pop, Bocelli
per esempio lo fa, quanto al risultato, è una questione
di gusto. Si può dire che i lirici fanno più e meno
fatica dei moderni. Fanno più fatica nel senso devono far
lavorare di più la loro laringe, però non hanno
il problema del passaggio, difficilissimo scoglio del cantante
moderno e jazz.
Parliamo dunque delle diverse qualità della voce.
Qualità parlata. Come dice la parola, è quella usata
quando parliamo. E' pure caratteristica, per esempio, dei cantautori,
che puntando di più sulla significazione del testo e meno
sulla vocalizzazione, possono tranquillamente usare la qualità
parlata.(es. Battisti, De Andrè, il rap …). Ed è
usata sempre, da qualunque cantante quando sta nel registro medio,
medio-basso. Qui la laringe è nella sua posizione naturale.
Cos'è la laringe? La laringe è un organo mobile
formato da cartilagini e al cui interno sono collocate le corde
vocali. Che a loro volta, accollandosi, vibrano con un movimento
che ricorda il battito d'ali delle farfalle. Questo movimento
è quello che produce il suono, trasformando l'aria che
passa tra le corde. Quando le corde vocali sono staccate siamo
in silenzio e stiamo respirando. Quando sono accollate e vibrano,
stiamo producendo suono. La laringe è mobile nel senso
che è un organo che può muoversi verticalmente rispetto
al cavo faringeo e basculare. A seconda della posizione che assume,
avremo delle qualità vocali differenti. La voce parlata
viene anche chiamata voce piena.
Prima di passare alle altre qualità della voce, apro una
parentesi sulla questione delle casse armoniche, della testa e
del petto. Per usare una metafora, si può dire che noi
suoniamo in stereo, abbiamo due casse in un certo senso `specializzate':
una specializzata maggiormente sugli alti (testa) e una sui bassi
(petto). Queste due casse sono connesse dal collo. Un buon suono,
di qualunque altezza, è un suono che contiene sia alti
che bassi. Perché l'estensione è importante? Perché
se io estendo bene gli alti, avrò dei bassi più
nitidi, più sonori. E, di converso, se estendo bene i bassi,
anche i miei alti saranno più corposi, meno striduli, per
intenderci. E' come se noi cercassimo di pensare il nostro corpo
come una specie di violoncello. Il collo purtroppo è una
zona di tensione pazzesca (è anche uno dei motivi per cui
tanta gente soffre di forme di cervicale). Quindi la prima cosa
che occorre fare è rilassare chi canta. Chi canta bene
è una persona rilassata e la respirazione serve anche a
questo. E' per questo motivo che bisogna evitare la “prestazione”
nei bambini perché crea loro solo tensione: dobbiamo insegnare
il `godimento' del canto al bambino, non la performance.
Così, tutto il lavoro della respirazione, del passaggio,
della tecnica deve servire anche ad aprire il nostro collo, a
liberarlo dalle tensioni in modo che la nostra laringe possa lavorare
bene e in modo che il nostro suono sia `comunicante', cioè
prodotto da casse armoniche in comunicazione. Se il nostro collo
è rigido non avremo mai un buon suono. I nostri alti saranno
orribili (provate a togliere i bassi dal vostro stereo e vedrete
come vi assicurerete in breve tempo un bel mal di testa…).
Quello che dà la piacevolezza del suono sono sempre i bassi,
ciò che dà la brillantezza sono gli alti. Quindi
smettiamola di cercare ossessivamente di andare sempre più in alto ed impariamo a non maltrattare i nostri bassi, a lasciarli
vibrare aprendo e distendendo il nostro collo. Questo collo va
aperto altrimenti sarebbe come inserire in un violoncello una
tavoletta di legno trasversalmente…
La qualità parlata è una qualità che tiene
il collo senza tensioni, perché non c'è fatica.
I problemi arrivano dopo. La seconda qualità della voce
è la:
Qualità opera o qualità lirica. Viene anche chiamata
voce girata o impostata; è ottenuta con la tecnica tradizionale;
la laringe è in posizione basculata.
Queste sono le due qualità fondamentali e vanno studiate
entrambe, da tutti. Arrivati a questo punto i lirici vanno avanti
su questa strada e lavorano solo a laringe basculata, mentre per
i cantanti moderni le cose si complicano, perché quello
che noi usiamo, soprattutto nei passaggi impegnativi è la:
Qualità mista, che è la madre di tutti i problemi!
Per raggiungere questo obiettivo ci vuole il suo tempo e non è
per tutti uguale. E' la qualità che si usa sul passaggio.
Il passaggio, che è in un punto diverso per ognuno, è
quel gruppo di note, generalmente non più di 2 o 3 semitoni,
dove la voce non sa che fare: o si va in lirico, ed è eccessivo,
o in parlato ed abbiamo un suono inascoltabilmente stridente.
Ci sono persone che hanno una buona qualità lirica, una
buona qualità parlata, ma sul passaggio non sanno che fare
o vanno in lirico ma è troppo presto, o vanno `in parlato',
provocando noduli e problemi.
ENNIO CANU: rientra in questo discorso del passaggio, il
virtuosismo e l'agilità vocale, ad es. penso a M. Carey?
E che esercizi si utilizzano, quelli con intervalli irregolari?
LAURA PIGOZZI: Tutto il canto
moderno non è fattibile se non attraverso lo studio del passaggio.
Per lavorare sul passaggio ci sono degli esercizi specifici che
lavorano su delle emissioni vocali dove si usano specialmente
le sillabe “VI” e “VO”, perché
la “V” aiuta moltissimo a mettere il suono avanti
alto, cioè direziona il suono, purchè ben pronunciata.
Ci sono quindi degli esercizi specifici per il passaggio: generalmente
sono noiosi, difficili e frustranti. Comunque vanno fatti, fino
alla nausea.
Se si vuole cantare bene non c'è alternativa ma soprattutto
bisogna accettare la frustrazione. La frustrazione va messa in
conto. Se non vi sentite un po' frustrati vuol dire che non state
imparando.
LETIZIA COLLA: Mi sono sempre chiesta se le cantanti come
W.Houston e M.Carey hanno una voce molto potente perché sono
dotate naturalmente. Volevo sapere se l'estensione è una
dote prima di tutto innata e poi con la tecnica si migliora oppure
solo con la tecnica si può arrivare a fare certe cose? Riguardo
al passaggio se io non ci arrivo a fare un acuto di gola ma devo
passare in testa questo passaggio non si deve sentire? Queste cantanti
che ho citato hanno un dono naturale da non aver bisogno di fare
tecnica o utilizzano la tecnica del passaggio?
LAURA PIGOZZI: Qualcuno di voi
scia? Solo due? Allora, è come nello sci: c'è chi
nasce ben dotato c'è chi deve imparare sudando di più.
Ovviamente c'è una fisicità di base, cantare è una cosa corporea, quindi il corpo c'entra, eccome. Ed il rapporto
che abbiamo col nostro corpo c'entra con il canto. Non si canta
con la gola, si canta con il corpo…
ARMANDO MARIO: Quanto conta la struttura fisica? Una buona
struttura fisica aiuta? Mina, ad esempio?
LAURA PIGOZZI: Sì, può
aiutare ma non è così determinante. Quello che è
determinante è il rapporto col proprio corpo. Quando Mina
si è ritirata dalle scene -questa è la mia ipotesi-
non è tanto perché era grassa…una col suo fascino
se ne poteva certo fregare (la Fitzgerald non era certo bella ed
esile ma quando cantava aveva il mondo in ginocchio). Forse Mina
si è ritirata quando il rapporto col suo corpo è esploso
in una crisi incontenibile. Ma questa è puramente la mia
ipotesi.
E' sempre importante avere un buon rapporto con il corpo per poter
cantare bene ed anche per poter stare in scena. Anche la presenza
scenica è importante. Anche qui qualcuno già ce
l'ha e qualcuno invece deve trovarla. Come per tutte le cose:
si nasce già con una dotazione che va potenziata. Per esempio,
a volte uno pensa di essere un soprano e magari canta strozzata
e si riscopre essere invece un magnifico contralto, ed è
meglio essere un buon contralto che un cattivo soprano. Oggi poi
le tradizionali classificazioni non sono più attendibili
perché le voci degli uomini in questi ultimi 30 anni si
sono alzate moltissimo e quelle delle donne si sono abbassate:
se vi capita di ascoltare un vecchio film vi accorgerete immediatamente
di questo. La cosa importante è che ognuno trovi la sua
dimensione del suono.
Torniamo al passaggio, anche per completare la risposta alla domanda
di Letizia. Quando cantiamo pezzi di musica moderna, ci accorgiamo
che quasi sempre gli acuti arrivano esattamente sulla zona del
passaggio. E' quindi impensabile non affrontare questo argomento.
Se per una cantante alle prime armi il passaggio comincia ad arrivare
tra il La3 e il Do4, per una cantante un po' più esperta
arriva fra il Do4 e il Mib4, per le più dotate magari tra
il Mib4 e il Fa#4 (molto raro). Aumentando l'estensione si sposta
in alto automaticamente anche il passaggio.
FLAVIO PIOVAN: Si intende un passaggio di tonalità?
LAURA PIGOZZI: Non è
un propriamente un passaggio di tonalità, perché si
ha anche quando la tonalità in un pezzo non cambia. Si chiama
passaggio perché indica le note di passaggio tra quelle da
prendere in qualità parlata (laringe `normale') e quelle
da prendere in qualità lirica (laringe `basculata'). Nelle
note di passaggio dunque il movimento della laringe che passa dalla
posizione `normale' a quella `basculata', deve attestarsi ad una
posizione intermedia. E' questa la cosa difficile, proprio perché
la laringe non è un organo che si può comandare con
un effetto di immediatezza. Si comincia a bascularla correttamente
già dopo due o tre mesi di studio, ma la cosa difficile è
poi la posizione intermedia che dà come effetto la qualità
mista. Questo si fa per ottenere un certo tipo di suono, cioè
un suono limpido come la voce parlata e pieno di colore e potenza
negli acuti, come della voce lirica. La voce mista che si ottiene
in questo modo, evita l'acuto strangolato. Questo è un argomento
su cui non pensate di cavarvela con qualche mese di scuola.
GIUSEPPE COLUCCIO: C'è un'età per cominciare
a studiare canto?
LAURA PIGOZZI: A parte i bambini
la cui voce va tutelata, come si diceva prima, si può iniziare
a studiare canto ottenendo buoni risultati a qualunque età.
Qualche mese fa è uscito un disco di una mia allieva cinquantenne.
Questo per dirvi che non c'è età per cominciare e
per avere soddisfazioni canore. Si è sempre tempo. Lei ha
iniziato con me 4 anni fa. Per esempio è bellissimo lavorare
con le persone che vanno in pensione, che hanno finalmente di nuovo
tempo di gustarsi la vita e fare cose che magari hanno sempre desiderato
fare. Effettivamente è anche molto soddisfacente insegnare
a queste persone. L'unico vero problema è quando si vogliono
far fare gli adulti ai bambini, questo no, va impedito.
Parliamo ora di altre tecniche.
Avete mai sentito parlare del Voicecraft?
ARMANDO MARIO: ho frequentato un corso di Voicecraft che è durato un anno con Demo Roberto, un patito del jazz, l'unico
genere che a me non piace molto, ma è stato molto interessante
perché ti spiega come sei fatto dentro..
LAURA PIGOZZI: e cos'altro hai
imparato? L'evoluzione della tua voce qual è stata?
ARMANDO MARIO: La conosci meglio e la sai usare meglio…
LAURA PIGOZZI: E come qualità
vocale cosa ti è sembrato sia cambiato?
ARMANDO MARIO: La voce è più calda c'è
più colore, non è il classico acuto freddo e il basso
è bello pieno.
LAURA PIGOZZI: Bene. Un'altra
domanda: hai trovato che rispetto alle tecniche precedenti c'è un lavoro corporeo maggiore?
ARMANDO MARIO: Si!
LAURA PIGOZZI: Il Voicecraft è una tecnica nuova e interessante. Anche se osteggiata da
parte dei puristi del canto. Con questa tecnica si ottiene la qualità
belting ovvero un acuto non in voce mista (passaggio), ma in voce
piena. Con laringe in posizione normale o seminormale. In questo
caso le corde sono molto strette compresse ed è una tecnica
che fa molto uso di sforzo corporeo. Si tratta di una qualità
molto in voga oggi e molti cantanti la utilizzano. E' una qualità
però che - a mio avviso - non tutti possono approcciare perché
è una tecnica un po' pesante sulle corde vocali. E' una tecnica
che andrebbe un po' dosata, quindi è, a mio parere, più
utile farla a completamento di un percorso di studio, piuttosto
che all'inizio. Dunque, Voicecraft sì, ma con prudenza. Cosa
ne pensi, Mario?
ARMANDO MARIO: si, sono d'accordo. Dopo un anno ho smesso
per motivi di lavoro e perché era molto impegnativo..
ENNIO CANU: non mi è tanto chiaro l'acuto voce piena.
Per esempio quando Celin Dion fa un acuto e lo sostiene, il modo
in cui lo sostiene lei sembra sia fatto naturalmente.
LAURA PIGOZZI: certamente lo
sostiene, a mio parere usando la qualità mista della voce.
Quando è fatta bene la qualità mista non si sente,
non si distingue dalla voce normale. E' infatti questo l'obiettivo
del lavoro sul passaggio. Il passaggio va cancellato in modo che
la voce piena non si distingue da quella mista. La vera difficoltà
è lavorare bene il passaggio.
VALERIA BELLA: Io canto in due gruppi e spesso mi succede
di dovere fare molte prove anche per 4 o 5 ore di seguito e a volte
provo tutti i giorni. Ci sono dei giorni in cui arrivo alla fine
con un gran mal di gola, può anche venirmi l'afonia, nel
senso che la voce mi esce afona. Allora mi sforzo o altrimenti devo
alzare di molto i microfoni. Allora volevo sapere se è solo
una questione di respirazione - non avendo io alcuna tecnica, non
uso il diaframma - oppure se può dipendere anche una cosa
nervosa. Io somatizzo parecchio, infatti ho problemi di schiena,
dolori muscolari ecc…
LAURA PIGOZZI: Che genere fai?
VALERIA BELLA: Mi sono molto dedicata al genere melodico,
ma adesso sono in un gruppo pop rock e in nell'altro faccio progress,
ma mi piace tutto. A casa, tanto per scaldarmi, canto soprattutto
Giorgia che mi piace molto.
LAURA PIGOZZI: Allora ragazzi,
5 ore di sala prove scordatevele! Quanti pezzi hai in repertorio?
VALERIA BELLA: Adesso circa quindici, ma c'è sempre
qualcosa da mettere a posto, infatti spesso dico ai musicisti di
provare il pezzo solo strumentale …
LAURA PIGOZZI: Brava. I nostri
musicisti vanno un po' “educati”, nel senso che non
essendo la voce il loro strumento, possono non sapere quanto delicata
sia la voce. Se a loro provare 10 volte un pezzo fa solo bene all'agilità delle dita, a noi no…
VALERIA BELLA: è vero! Invece loro dicono tanto anche
a te fa bene usare la voce.. ma cinque ore…
LAURA PIGOZZI: No, non è
così che si educa una voce, non è così che
si fa. Certamente non in sala prove e per 5 ore di fila. Innanzitutto
così tante ore di sala prove non si fanno, gli strumentisti
possono anche provare per conto loro un pezzo che va ripetuto. Puoi
aiutarti alzando molto il microfono. Questa è un'altra cosa
importante: imparate ad usare il mixer perché nei gruppi
è raro che un musicista alzi il canale della voce. Ciascuno
alzerà quello del proprio strumento e, a meno di non avere
a disposizione sempre un bravo tecnico del suono, a voi toccherà urlare.
VALERIA BELLA: Io smetto di cantare quando alzano troppo
i loro volumi…
LAURA PIGOZZI: Perfetto! Tu
usa una voce piana non urlata se loro hanno bisogno di capire l'andamento
melodico..
VALERIA BELLA: Sì, infatti loro dicono anche che senza
linea vocale è difficile …
LAURA PIGOZZI: Se ogni singolo
pezzo lo rifai una volta o due, pur avendone per es. quindici, ne
canterai venti o anche di più.
Detto questo, naturalmente, se tu hai due gruppi e poi anche le
serate e non fai tecnica….. io ti caccio!!!
…risate nel gruppo…
VALERIA BELLA: Sì, è vero. Io canto da quando
avevo tredici anni, adesso ne ho ventidue e ho perso, ho perso da
allora. Non riesco più a fare dei pezzi che facevo quando
avevo quindici anni. La voce adesso è diversa.
LAURA PIGOZZI: La voce, crescendo,
cambia. Ma tecnicamente, se seguita, migliora. Per esempio l'estensione
di una cantante matura, che studia, è più ampia di
quella che la stessa cantante aveva nell'età dell'adolescenza.
VALERIA BELLA: Io sento di avere la voce ma a volte non riesco
a tirarla fuori, a volte mi sembra bloccata, ed è molto frustrante.
LAURA PIGOZZI: Bisogna studiare.
Anche studiare è frustrante, nel senso che è impegnativo
e i risultati vanno conquistati. Però è una frustrazione
che porta poi alla gioia di una voce che ci segue in quel che vogliamo
farle fare. Mentre senza studio, una voce che viene sfruttata a
lungo, perde tutto, si sfibra, può velarsi, possono formarsi
protuberanze tra le due corde, le corde stesse possono diventare
ipotoniche… Quando si formano delle protuberanze tra le corde,
l'accollamento tra loro non è più perfetto; si produce
quindi un piccolo “sfiatino” che - si dice - “vela”
la voce nel senso che si mischia troppo fiato al suono, cioè
non tutto il fiato riesce a trasformarsi in suono. Il risultato
è un suono che perde in limpidezza.
Ricordatevi che un conto sono certi effetti “soffiati”
che si vogliono dare sul piano interpretativo, un conto è
non poter cantare che con voce “soffiata”. In questo
caso può esserci un problema.
Molti pensano che studiare canto sia cantare. Senz'altro un buon
allenamento è cantare 20-30 minuti al giorno, ma non è
sufficiente. Questo è una sorta di mantenimento tra una
lezione e l'altra. La voce va allenata anche su parametri e intervalli
diversi da quelli che il tuo genere ti porta a cantare. Inoltre
argomenti come la respirazione e l'appoggio raramente possono
essere affrontati da soli, senza una guida. Quando la voce è
appoggiata si fa meno fatica a cantare. Una volta che imparate
la tecnica dell'appoggio, la vostra voce vola e cantare risulta
meno faticoso. Allora a quel punto potete anche permettervi di
fare un pezzo in più. Se però arrivi a fine serata
e non hai più voce, c'è qualcosa nella tua tecnica
che non va.
VALERIA BELLA: Per fortuna il mattino torno a posto, però…
LAURA PIGOZZI: Certo, il sonno è il grande alleato della voce. Ricordatevi che chi canta
bene, riposa bene … non ci sono altre strade: il canto è
faticoso, la tecnica è una rottura di scatole, però se vogliamo preservarci la voce e migliorarla, dobbiamo studiare.
VALERIA BELLA: Io ascolto tanto e cerco di copiare non tanto
il cantante ma la tecnica che usa.
LAURA PIGOZZI: Non puoi copiare
una tecnica se non conosci le basi della fonazione, andrai per imitazione
del suono. Ma non va bene: per esempio, quando io faccio lezione,
non faccio quasi mai sentire l'esercizio all'allievo o lo faccio
sentire una volta sola, altrimenti l'allievo imita il suono e non
cerca il meglio del suo proprio suono.
Copiare un suono è non rendersi conto di ciò che
l'apparato vocale fa per produrlo. Inoltre ogni apparato vocale,
pur essendo funzionalmente identico, è differente sul piano
della morfologia e dunque delle risonanze che producono un suono
unico e diverso da tutti gli altri. Voi sapete che i più
sofisticati sistemi di sicurezza sono basati sul riconoscimento
vocale che sembra essere ancora più preciso dell'impronta
digitale. Pensate a Shakespeare, la scena del balcone in cui Giulietta,
nell'oscurità più totale, riconosce Romeo dalla
voce. L'altro viene, cioè, riconosciuto solo dalla voce.
MARIO ARMANDO: A proposito di riconoscimento e riconoscersi,
come mai quando ci sentiamo registrati non ci piacciamo quasi mai
o non ci riconosciamo? Ci chiediamo sempre: “ma sono io”?
…brusio di assenso tra i partecipanti….
LAURA PIGOZZI: quando noi ci
ascoltiamo, sentiamo sia con l'orecchio esterno, così come
gli altri ci ascoltano, sia con l'orecchio interno, che raccoglie
le vibrazioni interne del suono. E naturalmente ascoltandoci, mentre
cantiamo o parliamo, la nostra voce ci pare più bella di
quella registrata (che coincide piuttosto con quella che gli altri
sentono), perché il nostro suono sentito da noi è arricchito anche dalle vibrazioni interne dell'orecchio. Operiamo
dunque questa presa di coscienza: dobbiamo sempre sapere che, quando
cantiamo o parliamo, l'altro sente un suono meno ricco di quello
che noi pensiamo di emettere.
Quindi noi sentiamo anche le vibrazioni interne della nostra voce,
cosa che gli altri non sentono. Si ovvia a questo inconveniente
con apparecchi tipo l'eco, che sono nati per dare questo tipo
di supporto. Se noi ci registriamo con un registratore qualunque,
distorsioni tecniche a parte, difficilmente ci piacciamo.
L'ultima qualità di cui volevo parlarvi, e che manca nella
nostra carrellata sulle qualità vocali, è il Twaing
che è la voce nasalizzata. Da non confondere col difetto
della voce nasale che è, invece, da correggere. Molti e
molte cantanti che arrivano alle loro prime lezioni di tecnica,
cantano con il naso. Se la voce nasalizzata “selvaggia”,
per così dire, è orribile, la nasalizzazione della
voce come ricerca tecnico-interpretativa, viene molto usata nel
canto moderno. E' una questione di gusto, può piacere o
meno, così come il “soffiato”. L'importante
è non eccedere mai in artifizi tecnici e cercare di variarli
il più possibile.
Spesso i cantanti alle prime armi spingono la voce nel naso perché,
non sapendo come usare il diaframma, sostengono il suono nasalmente,
ma così facendo, lo impoveriscono. Capite bene che un conto
è sostenere un suono con il diaframma e un conto è
sostenerlo con il naso… per quanto grande uno lo possa avere,
si tratta sempre di una compressione del suono. In questi casi
sono suoni piccoli, noiosi, fanno venire il mal di testa.
MARIO ARMANDO: Ci sono dei generi popolari dove si usa il
naso…gli artisti cantano normalmente ma ad un certo punto
staccano e cantano con il naso ed è una cosa bella.
LAURA PIGOZZI: Certo quando è una modalità ricercata da qualcuno che sa cosa sta
facendo, il risultato è bello. Quando invece uno canta in
questo modo perché non sa in che altro modo cantare, è un difetto che va corretto.
LETIZIA COLLA: C'è anche chi, di natura, ha un bel
timbro di voce e non ha mai fatto tecnica. E ci sono alcuni casi
in cui, studiando tecnica, hanno cambiato il timbro ed è
come se fosse diventato un timbro, non so come dire, confezionato… Tutte le tecniche rischiano, se fatte male, di guastare il suono
oppure ci sono tecniche e tecniche?
LAURA PIGOZZI: Allora, facciamo
l'ipotesi che la tecnica insegnata sia corretta. La tecnica, ricordiamo,
serve a tirar fuori la nostra voce. E la “nostra” voce
non è necessariamente quella che sentiamo all'inizio dello
studio. In realtà non sappiamo com'è la nostra voce
veramente. Cosa succede quando noi cominciamo a studiare? Si comincia
a lavorare sulla qualità lirica prima di lavorare sulla qualità
mista, e questo per dare agilità e movimento alla laringe.
La qualità lirica va poi abbandonata, o per meglio dire,
trasformata per i cantanti moderni e jazz in qualità mista.
Solo a questo livello, cioè quello di qualità mista,
noi abbiamo ottenuto tutte le sfumature del nostro timbro. Ed è
solo a questo punto che, di nuovo, lo riconosciamo come nostro.
Se invece ci si arresta prima di arrivare a questo traguardo, quello
della qualità mista, certamente il cantante sente una voce
che non gli piace e che non riconosce. Ma è proprio qui che
occorre andare avanti. E, purtroppo, questo è un punto dove
molti cadono! Se ci si arresta a questo punto può capitare
di avere due voci: un timbro per i bassi e i medi e uno diverso
per gli alti!
Per quanto riguarda l'aver fiducia nella tecnica insegnata, è
vero che ci sono delle tecniche non corrette e non rigorose, ma
imbattersi in un cattivo insegnate non è un rischio maggiore
che imbattersi in un medico mediocre. Sono cose che possono capitare.
Fanno parte dei rischi della vita. Dobbiamo anche imparare a sentire
se l'altro ci dà fiducia, impariamo ad ascoltarci. Perché
noi, in fondo, lo sappiamo se dell'altro ci fidiamo o no. A volte
il fatto che l'altro abbia una certa autorità fa sì che noi ci fidiamo completamente, bisogna invece ascoltare le
nostre sensazioni, che spesso sono vere, per riuscire ad orientarci
nella scelta.Ascoltiamoci.
ENNIO CANU: Voglio sottoporti un dubbio che mi porto dietro
da un po' di tempo e riguarda i melismi, le agilità vocali
particolari, molto usate nel canto americano. Si dice che per noi
è un po' impossibile ottenere queste abilità, perché
non fa parte della nostra cultura usare la voce in quel modo. Quindi
là dove noi andiamo a vocalizzare, utilizziamo scale tipiche
nostre e non entriamo in sistemi modali diversi, tipici del blues
e del jazz.. è vero questo? Perché io noto che in
questo campo si rimane sempre sull'imitazione. Il che vuol dire
che là dove si vuole osare un melismo, lo si fa generalmente
copiando rigorosamente il cantante di turno. Quindi far diventare
tutto questo proprio, fa parte dello studio del canto, oppure no?
Generalmente sono più le donne che desiderano vocalizzare…Non
mi viene in mente alcun esempio maschile di questo.
LAURA PIGOZZI: Avete compreso
tutti la sua domanda? E' una questione importante. Innanzitutto,
per rispondere subito all'ultima parte della tua domanda, possiamo
dire che tradizionalmente c'è questa distinzione: gli uomini
sono vocalmente più potenti e le donne più agili.
Naturalmente nulla toglie alle donne di essere potenti e agli uomini
di prendere agilità.
Allora veniamo al discorso delle scale modali: si tratta di scale
alterate. Chi di voi conosce la musica?
…si alza qualche mano (sette o otto persone)…
E' molto importante per chi canta avere nozioni di teoria musicale,
se non per leggere a prima vista, almeno per poter studiare una
partitura musicale. E' importante anche per avere un linguaggio
comune con i nostri musicisti, per poter farci intendere, per
avere un controllo sulle tonalità usate, sull'estensione
vocale dei pezzi che scegliamo, per poter anche fare da soli,
a casa, gli esercizi che abbiamo imparato a lezione (sempre con
l'approvazione dell'insegnante), ecc… Conoscere la musica
ci serve per sapere cos'è una scala ad esempio.
Negli esercizi di preparazione dell'orecchio degli allievi si
lavora spesso sulle scale modali che sono scale alterate.
Scale che non sono naturalmente nel nostro orecchio a meno che
fin da piccoli non ci abbiano abituato ad ascoltare alcuni generi
che le usano, come il jazz. E' importante allenare l'orecchio
su cose che non si è abituati a sentire. Soprattutto perché
i generi contemporanei sono contaminati tra loro. Dunque non è concepibile che un allievo faccia vocalizzi solo sulle scale regolari.
Lavorare sulle scale modali è il primo passo per poter
affrontare l'improvvisazione vocale. Improvvisazione che è
meglio iniziare quando il passaggio e la qualità mista
della voce, siano state acquisite. Imparare a improvvisare è
una cosa difficile, ma necessaria non solo per chi fa jazz. Infatti,
anche nella musica pop ormai si improvvisa sempre molto. L'improvvisazione
si può, in qualche modo, `insegnare', benché questo
sia, in un certo senso un paradosso. Si possono insegnare alcune
tecniche d'improvvisazione, esattamente come avviene per la pittura
nelle scuole d'arte. Un'altra cosa importante: quando studiate
un pezzo cercate di procurarvene diverse versioni. Oggi è
facilissimo col web, procurarsi diverse versioni di uno stesso
pezzo. Ve le registrate una accanto all'altra e ve le ascoltate.
Chi canta bene, è sempre anche un buon ascoltatore. Nutritevi
di cose diverse, imparate ad ascoltare cose strane, di altre culture,
cose che non ascoltate abitualmente, imparate ad essere curiosi:
questo allargherà i vostri orizzonti vocali. Ascoltate
anche musica classica, e questo anche se poi cantate heavy metal.
Ascoltate tutto, nutritevi di tutto.
MARIO ARMANDO: volevo fare una domanda sulla dizione: io
sono piemontese e si sente molto l'accento. E' consigliabile fare
un corso di dizione? Se uno canta cantautori può servire?
Per esempio noi abbiamo la “e” …
..risa nel gruppo…
LAURA PIGOZZI: è una
questione di gusto. Io non credo che sia sempre necessario `ripulire'
completamente la voce dalle inflessioni, se queste non sono ovviamente
eccessive. Un po' di inflessione dà un certo colore. Parlando
di cantautori pensiamo alla pronuncia emiliana di Guccini o napoletana
di Bennato. Inoltre, quando canti in realtà stai già facendo un piccolo corso di dizione: non so se sei d'accordo ma
quando canti, l'inflessione dialettale si sente sempre meno di quando
parli.
ANDREA ABBA': In effetti quando ho fatto teatro, mi dicevano
come pronunciare alcune parole, tipo `cuore' o `amore'. Ho studiato
dizione per anni ed ho imparato a chiudere alcune vocali. Poi però
succedeva che a scuola di canto non riuscivo a cantare perché stringevo la bocca, non riuscivo ad aprirla su alcune lettere.
FLAVIO PIOVAN: io per esempio ho la `s' che sibila un po' ….
LAURA PIGOZZI: questo è
un difetto che fa corretto. Ci sono esercizi appositi di logopedia
che sono da fare. Inoltre, ricordatevi sempre che il canto è comunque un buon correttore dei difetti della parola. Pensate ai
balbuzienti che spesso possono cantare. Uno di loro mi ha confessato
che provava a contenere il suo problema cercando di affrontare la
frase come se dovesse cantarla.
Comunque ricordatevi che in generale le cosiddette `imperfezioni'
della vostra voce, sono la vostra storia. Sono ciò che
la fa unica e irripetibile. Tutto quello che avete vissuto è entrato nella `grana' della vostra voce e passa nella comunicazione.
Anche se l'altro che ascolta non lo decifra consapevolmente, lo
sente. Nella `grana' della vostra voce sente qualcosa di voi.
Ci sono, come forse sapete, alcune voci che curano: pensate alle
persone in coma a cui si fa ascoltare continuamente la voce della
madre o della persona più cara… ed alcune sono state
effettivamente risvegliate, forse proprio dall'ascolto di queste
voci.
Come ci sono alcune voci che troviamo irritanti, ad es. voci piene
di tensioni, di `staccati', di modulazioni spezzate, che ci irritano
e che ci stressano.
Ricordiamoci che spesso, nei concerti che facciamo, veniamo applauditi
non per la nostra tecnica (indispensabile supporto), ma per la
comunicazione che la `grana' della nostra voce stabilisce con
chi ascolta.
FLAVIO PIOVAN: significa cantare col cuore?
LAURA PIGOZZI: Allora parliamo
di come dare emozioni, di come stare sul palco. Scusate ma faccio
una parentesi sulla postura del cantante: piedi paralleli, ginocchia
morbide (come quando si scia), addome tenuto, cassa toracica aperta,
spalle basse, collo eretto e rilassato, tutto perfettamente in asse.
Ma il lavoro vero che si fa sul palco è un lavoro mentale.
Un lavoro di concentrazione. Questo è molto importante.
Solo se siamo concentrati in quel che stiamo facendo possiamo
`esserci' davvero dentro il pezzo e far passare qualcosa della
nostro lavoro all'altro che ascolta. Bisogna essere concentrati
sul pezzo, sulla frase, sulla parola e sulla nota che si sta cantando
in quel momento. Concentrati significa che io in quel momento
`divento' quella canzone, quella frase, quella parola. Tutto il
mio essere in quel momento è lì, dentro quella nota.
Ci sono degli accorgimenti per aiutare questa concentrazione.
Ancora quando il pezzo è in fase di studio devo cercare
di capire che cosa quel pezzo significa per me. Se, ad esempio,
ci sono delle parole che, per me, per la mia storia, mi fanno
risuonare qualcosa come un vissuto o un'esperienza. Bene, quelle
parole vanno sottolineate nel testo. Cerchiamo queste parole che
evocano qualche cosa di personale. Facciamo anche un piccolo commento
vicino al titolo, diciamo i sentimenti che il pezzo evoca per
noi. Perché è questo che passa all'altro quando
cantiamo, il sentimento, non la voce in sé stessa, ma la
voce in quanto veicola un sentimento che l'altro può percepire.
ENNIO CANU: A me è stato detto che è bene prima
di cantare, recitare il testo che va cantato.
LAURA PIGOZZI: certo, questa è un'altra tecnica utile…Leggerlo prima. Forse non
è inutile dire che un pezzo in inglese va tradotto prima
di studiarlo, per sapere che cosa state cantando.
Quando cantiamo un testo è come se facessimo resuscitare
le parole scritte (che infatti si chiamano `lettera morta'); le
facciamo resuscitare in parola viva, in canto. E quando ritraduco
così, cantando, aggiungo qualcosa di mio, qualcosa del
mio vissuto, che è nella grana della mia voce. Ogni volta
che voi cantate un pezzo, state cantando qualcosa di voi. Per
questo è tanto difficile cantare, perché è
come mettersi a nudo. E' più difficile della velina che
si scoscia: la velina fa vedere una coscia, chi canta, invece,
mostra l'anima. E possiamo essere feriti in questo. Ecco perché
chi canta è tanto vulnerabile, ed ha paura.
(FINE)
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su
Anita O'Day e Karrin Allyson al Blue Note di New York
Lo scorso 23 luglio, a New York, sul palco del mitico Blue Note,
si sono alternate una grande leggenda del passato ed una nuova stella
del jazz americano.
Ha aperto la serata una Anita O'Day arzilla, minutissima
e spiritosa nei suoi 84 anni. La sua voce ha rivelato ancora uno
swing straordinario ed una capacità fuori dal comune di stare
sul palco e di saper scherzare musicalmente, con gusto, mestiere,
ma anche con autentica complicità, coi musicisti che la accompagnavano:
Bob Kaye al piano, Eddie Cacavale alla batteria e Chip Jackson (bravissimo)
al basso. Eppure la sua voce rivelava, contemporaneamente ai fasti
di un tempo, anche i drammi più recenti. Non sono, infatti,
solo gli anni - tanti -quelli che si sentono nella grana della voce
della O'Day: vi si avverte anche la dolorosa storia della dipendenza
dall'eroina che ha segnato la sua vita negli anni '60, portandola
ad un passo dalla morte nel `69. Il suo impasto vocale rivela chiaramente
il dramma, con la stessa trasparenza con cui lei stessa racconta
- nella sua autobiografia High Time, Hard Time, uscita nell'81
- oltre che i suoi successi straordinari, anche l'intera vicenda
di questa dipendenza, da cui alla fine uscì, ricominciando
anche a lavorare. La sua esibizione ha commosso e toccato noi privilegiati
ascoltatori di una voce che rivelava certamente una vita difficile,
ma anche piena di quel temperamento e coraggio che ancora oggi sostiene
questa artista che ha vissuto così intensamente gli anni
più esaltanti del jazz. Una voce in cui si poteva leggere
la partitura di una vita intera.
Qualche nota biografica: Anita Bell Colton nasce a Chicago, il 18
ottobre 1919 e debutta all'età di 10 anni. Negli anni '30
cambia il suo cognome in O'Day e comincia a cantare nei jazz club
con la band di Gene Krupa e la tromba di Roy Eldridge. Il loro Let
me off uptown, divenne un popolare successo, forse anche grazie
all'ottimo impasto tra la voce della O'Day e la tromba di Eldridge.
Negli anni quaranta Anita venne eletta dalla rivista Down Beat,
Nuova Star dell'Anno e comparve tra le prime cinque cantanti di
big band. Lavorò anche nella band di Woody Herman e Stan
Kenton. Il grande successo arrivò alla fine degli anni '40.
Fece coppia fissa col batterista John Poole, con cui suonò per altri 32 anni. Il suo album Anita, prodotto dalla Verve,
elevò la sua carriera verso uno stabile successo. Lavorò,
per ricordare qualche nome, con Louis Armstrong, Dinah Washington
e Thelonious Monk
Pochi minuti dopo l'esibizione di Anita O'Day, l'emergente Karrin
Allyson, arriva sul palco con grinta e sicurezza, in un contrasto
impossibile da non notare, con la minuta e delicata Anita, che ne
era appena scesa, un po' malferma, sulle sue rigide gambe di anziana
signora.
Arriva dall'ultimo successo alla Carnegie Hall di New York, dove,
si è esibita - con altre star - al concerto corale in memoria
di Ella Fitzgerald. Apprezzata e notata dalla critica americana,
la Allyson emerge nel '90, distinguendosi come scat singer.
La sua formazione musicale, oltre ad un diploma in pianoforte, mescola
il folk, suo primo amore, con il jazz più sofisticato e con
la solidità stilistica dei pezzi del repertorio francese
di Jacques Brel e di quello, raffinatissimo, della bossa nova.
La sua voce è più sensuale che potente con uno scat
abile e preciso che non fa rimpiangere troppo un range vocale
non acutissimo. Karrin esibisce infatti uno scat molto educato
e studiato, forse un po' a spese della spontaneità, ma
certamente impeccabile e sicuro. Si muove con sensualità sul palco, soprattutto nelle bosse, ma anche con autorevolezza
nel rapporto con i suoi musicisti del Kansas che la seguono sempre:
il mirabilissimo chitarrista Danny Embrey, vero pilastro della
band e poi Bob Bowman al basso e Ron Vincent alla chitarra. E,
naturalmente, la Allyson al piano.
Qualche nota biografica e discografica su Karrin Allyson: nasce
nel Kansas, ma cresce nei dintorni di S.Francisco. Studia pianoforte
classico e canta folk. Nell'87, dopo l'università, comincia
ad esibirsi regolarmente nel nightclub di Kansas City di proprietà
dello zio. Decide di vivere in quella città. Nel '92 firma
con l'etichetta Concord Jazz, il suo primo disco I Didn't Know
About You. Crea la sua band con musicisti di Kansas City, con
cui incide la maggior parte dei suoi lavori. Nel '99 es | |